“Ajò a Sarajevo”
A Settembre nessuno di noi avrebbe mai pensato di partire per una meta così particolare: Sarajevo. L’idea di questo viaggio è nata dopo esserci interessati a questa terra durante il periodo di formazione in cui abbiamo affrontato il conflitto nei Balcani.
Il programma prevedeva la partenza il giorno 21 luglio alle ore 12:30 (per evitare il caldo estivo!) e noi, puntuali come al solito, abbiamo finito di caricare le macchine soltanto due ore dopo e siamo partiti alla volta di Ancona. Dopo aver passato la notte in nave siamo arrivati a Spalato e ci siamo diretti a Mostar lungo una strada che costeggiava il mare. Eravamo tutti emozionati all’idea di poter vedere il ponte che il 9 novembre del 1993 le milizie croate della autoproclamata Repubblica della Bosnia-Herzegovina avevano preso a cannonate e che è stato ricostruito nel 2004. La distruzione fisica del Ponte di Mostar è stato l’ultimo passo della distruzione portata al tessuto sociale e culturale della città. Lo Stari Most era un obiettivo simbolico, veniva denominato dagli abitanti del luogo “Il Vecchio” a significare quanto quel monumento rappresentasse e custodisse l’essenza stessa della città.


Giunti a Sarajevo il primo impatto con la città è stato molto forte dal punto di vista emotivo. Gli edifici riportavano ancora i segni dell’avvenuto conflitto restituendo all’occhio dell’osservatore esterno un paesaggio triste e malinconico. A tratti si scorgevano vani tentativi di coprire quei fori di proiettile quasi a voler cancellare le ferite subite che inesorabilmente si imponevano come cicatrici non ancora rimarginate. Questa stessa sensazione era percepibile anche nei volti, nelle parole e ancor più nei silenzi delle persone che ci hanno accompagnato in quei giorni in cui ci siamo illusi di trovare delle risposte che forse nessuno poteva e sapeva dare.
Più che in altre parti del mondo a Sarajevo l’identità è strettamente connessa con la religione, ad esempio i croati sono cattolici, i bosniaci musulmani e i serbi ortodossi.
Il tentativo di rintracciare una qualche verità storica attraverso i racconti di chi la guerra l’aveva vissuta sulla propria pelle ci ha portati a riflettere sul fatto che esistono “tante verità” e che è difficile stabilire un “confine” tra la propria e quella altrui. La testimonianza di alcune persone presenti nel periodo della guerra è stata molto rappresentativa di quanto appena detto; alcune hanno spiegato le sensazioni provate in tre parole: shock, adattamento e apatia. Altre hanno semplicemente declinato la richiesta non adducendo alcuna motivazione. L’impressione è stata quella di parlare con persone che sentivano ancora viva la sofferenza o semplicemente stavano ancora metabolizzando gli avvenimenti. “Shock, adattamento e apatia” probabilmente sono stati d’animo rintracciabili in tutti gli esseri umani coinvolti in una qualsiasi guerra, ma nel caso dei Balcani ci si chiede se “la strategia del terrore” indotta per far nascere un odio tra i diversi popoli non lasci negli stessi un senso di impotenza. Quello che fino al giorno prima era il tuo compagno di banco o semplicemente il tuo vicino di casa diventa all’improvviso un carnefice, un assassino, un nemico. Come è possibile, una volta terminata la guerra, tornare a fidarsi di quelle stesse persone e, anche perché no, di se stessi? Quale frustrazione si prova a pensare di aver lottato per niente, nessun ideale (se di ideali si può parlare durante una guerra..) che giustifichi tanto sangue?

Dopo la guerra è naturale chiedersi come differenti popoli che si sono ritrovati l’uno contro l’altro possano trovare una riconciliazione, superare la rabbia e il risentimento per la morte dei propri familiari o amici. Un’immagine di speranza l’abbiamo colta nella testimonianza di una suora quando ci ha raccontato di come nonostante la distruzione ripetuta del convento ci fosse sempre la volontà di ripartire da zero portando avanti la propria missione. Inoltre finita la guerra lei stessa ha dovuto fare i conti con la propria coscienza al fine di perdonare chi le aveva ucciso il fratello considerando responsabile solo quell’individuo e non tutti i musulmani ai quali non ha mai negato un aiuto. Forse le soluzioni più difficili si trovano proprio così, quando si è costretti a guardarsi allo specchio, mettendosi in discussione in prima persona e chiedendosi “cosa abbiamo fatto noi” piuttosto di “cosa hanno fatto loro”. Cosa si può fare, ci chiediamo, per risolvere quei confitti che sembrano non trovare soluzione? Forse la risposta risiede proprio nelle relazioni che si intrecciano nel quotidiano come Vikica (la nostra amica che ci ha accompagnato nella visita della città) ci ha suggerito, passi lenti che portano ad avvicinarsi all’altro senza vedere in lui un nemico ma semplicemente un uomo come noi spesso vittima inconsapevole della Storia.