Archive for the ‘Dico la mia!’ Category

Giu 25

Dal 24 al 29 luglio a Fognano (in Emilia Romagna, vicino Faenza) si terrà il Campo nazionale MSAC 2010! Tema di quest’anno sarà il… sale dell’impegno! Proveremo a riscoprire la profezia msacchina per l’impegno, lI CARE milaniano, per le nostre città. Condurremo il campo dunque alla riscoperta degli Orientamenti Culturali e del contributo msacchino al bene comune attraverso la proposizione di temi sociali. Una buona parte del campo sarà poi dedicata allo stato di salute del movimento e alla riprogettazione del MSAC in vista del XIV congresso nazionale che ci attende ad aprile. Un appuntamento quindi da non perdere, soprattutto per chi ha conosciuto il MSAC a Rimini e ha voglia di continuare l’avventura. Vi aspettiamo a Fognano!!

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Giu 17

dove è finita la riforma? Da dove è partita?Viaggio nei meandri delle vicende ministeriali per capire a che punto stiamo…

di Saretta Marotta

apparso su “Ricerca” di maggio 2010

Di ministri che si sono attribuiti il merito di aver compiuto la “prima” riforma organica della scuola italiana dopo quella Gentile la storia della repubblica è piena. Ciascuno per suo conto ha preteso di essere iscritto nell’albo della memoria. Quando la vera riforma verrà speriamo che si faccia annunciare dalle trombe dell’Apocalisse… Al momento, di segni dei tempi non se ne vedono, i sigilli restano chiusi.

Cominciamo dal principio. I prologhi sono sempre istruttivi, in particolare nel caso delle leggi. Nel caso della nota “riforma Gelmini”, la chiave di tutto l’ingranaggio fu posta in un contesto che parla da solo: era l’estate 2008 quando veniva approvata la legge 133, la finanziaria, il cui art. 64 cambiava definitivamente faccia alla scuola italiana. Il Ministero dell’Economia soffiava la cattedra a quello in viale Trastevere, disponendo un programma di “razionalizzazione” della scuola italiana sotto tre punti di vista: delle strutture (la rete di scuole sul territorio), dell’organico (fu posto il “taglio” del 15% del personale ATA e di 80.000 docenti in tre anni) e degli ordinamenti. Al Ministro a capo del MIUR non restava che dover predisporre i regolamenti attuativi di tale articolo, il “piano programmatico”, appunto, cioè la cosiddetta “riforma”. Innanzitutto non facciamo confusioni: la “riforma” Gelmini non c’entra nulla con il brevissimo dpr 169, quello, per intenderci, che in soli dodici articoli, accostati un po’ alla Readers Digest, ha introdotto il voto in condotta, il maestro unico (per la verità sottinteso nelle conseguenze della finanziaria), la valutazione in cifre anche alle elementari e medie e la fatidica nuova materia “cittadinanza e costituzione” (due anni dopo lo sbandieramento di quella presunta innovazione, chiedete al prof. Luciano Corradini, vittima qualche tempo fa degli strali di Galli della Loggia, quanto questa materia abbia dovuto rassegnarsi ad un destino non diverso di quello della cugina educazione civica). Una “leggina” nata nell’estate 2008 proprio per consolare il detronizzato Ministro, dandole un progetto di legge tutto suo, dedicato integralmente alla scuola, proprio perché non si dicesse che il sistema formativo lo si cambiava solo con la calcolatrice. Ma questo ddl, nato il 1 agosto in forma molto più ampia, a fine mese, il 28, s’era dovuto accontentare dei ristretti panni di decreto, per la consueta prassi a cui purtroppo ci siamo abituati, per cui, pur di accelerare i processi legislativi, si finisce per fare gaffe incredibili, come quella recentemente avuta con un articolo del dl 134 “salva-precari” convertito in legge il 24 novembre 2009 e cassato il 27, che ci ha fatto gloriosamente entrare nel Guinness dei primati per essere durato solamente 48 ore…

Ma torniamo alla “riforma Tremonti”. Che più che altro è un “riordino”, nato di tutta fretta dal necessario rimpasto tra la riforma precedente targata Moratti, l’obbligo scolastico alzato a 16 anni da Fioroni e gli urgenti ed esigenti i limiti imposti dall’art. 64 della finanziaria.

Impossibile, dati i tempi, predisporre un piano organico, nessun “rapporto” o documentazione pedagogica (come invece fu il rapporto Bertagna per il Ministro Moratti, che pure ebbe modo di convocare nel 2001 gli “Stati Generali dell’Istruzione”) è sorta a sostenere il cambiamento e, purtroppo, a smentire l’accusa che si trattasse solo di una razionalizzazione economica.

Primo elemento: da 396 indirizzi sperimentali di licei e una sessantina tra diplomi di professionali e tecnici tutto è stato ricondotto a sei licei (artistico, classico, linguistico, musicale, scientifico e scienze umane), 2 settori per i tecnici (economico e tecnologico) e 2 per i professionali (servizi e industria-artigianato), con un numero limitato di indirizzi al proprio interno. Sembrerebbe un passo in avanti, necessario ed incontestabile. Peccato però che molte di queste sperimentazioni, consolidate da decenni e che hanno costituito il punto di forza della scuola dell’autonomia, siano eredità difficili con cui fare i conti. Ne sono una dimostrazione le miriadi di eccezioni, che purtroppo agiscono in senso tutt’altro che confermativo della regola e che stanno brulicando per l’Italia, tra istanze di professori, famiglie ed enti locali che riescono a salvare i propri istituti, vantando a buon diritto anche premi e riconoscimenti a livello europeo, e una meno nota eccezione, il “liceo della comunicazione”, che indisturbato continua la sua esistenza nelle scuole paritarie. Le regole o valgono per tutti o per ciascuno devono esserne chiari i criteri, altrimenti è ben difficile intravedere dove si concretizzi il risparmio e la tanto inseguita razionalizzazione.

Passiamo ai contenuti: i corsi sono organizzati, come stabilito dalla Moratti, in due bienni più anno finale. Il primo biennio Fioroni l’avrebbe voluto uguale o quasi uguale per tutti, nei variegati licei come nell’istruzione tecnica e professionale. Sarebbe questo il senso dell’obbligo scolastico elevato a 16 anni, per garantire una formazione “di base” più o meno omogenea a chiunque, attorno a quattro assi culturali e formativi essenziali: linguaggi, matematica, scienza e tecnologia e infine quello della storia e delle scienze sociali. Eppure la riforma Gelmini nel primo biennio dello scientifico (ma anche dell’artistico e del musicale) prevede solo 3 ore a settimana per una materia fondamentale come la storia, che tra l’altro le deve pure spartire con la forzatamente collega geografia e con la sempre dimenticata educazione civica. Praticamente un’ora e mezza, meno persino della ginnastica o quasi quanto la religione. Dei saperi sociali forti, quelli che connotano la cittadinanza, tipo diritto ed economia, in tutti i licei neanche l’ombra, a parte l’opzione economica del liceo delle scienze umane. Il latino, però, passa pure al linguistico! Va meglio ai tecnici e professionali, più rispettosi degli obiettivi formativi dell’obbligo scolastico e più omogenei: tra loro il sistema delle “passerelle” (ovvero la possibilità di cambiare percorso formativo) funziona a meraviglia, ma rispetto ai licei, così come tra i licei stessi, il muro è invalicabile.

Non si hanno notizie poi neanche della tanto attesa didattica laboratoriale. Difficile immaginarla, se in ogni regolamento si ripete la premurosa premessa “da attuarsi senza ulteriori oneri per lo Stato”. Per di più, la generalizzata riduzione delle ore ad una media di 27/30 a settimana non soltanto ha reso più ardua l’attuazione di approfondimenti, ma anche il normale andamento della didattica, che si ritrova con meno tempo ma in compenso più alunni per classe, rallentando pesantemente lo svolgimento di verifiche e lezioni. Sono soprattutto i professionali, passati da 40 a 30 ore settimanali, a scontare le conseguenze più dure di questa riforma all’insegna del risparmio. Scelte orarie e aumento della densità media delle nostre aule purtroppo dimostrano che più che gli obiettivi educativi degli studenti la priorità inseguita è quella di ridurre le cattedre. Del resto è stato sempre l’art. 64 della legge finanziaria a chiudere le SISS, bloccando in questo modo l’abilitazione all’insegnamento, per cui le graduatorie dei docenti restano blindate mentre un’intera classe di freschi e appassionati neolaureati, da due anni tagliati fuori, contempla vaste prospettive di ancora lunghe attese prima che venga indicato loro il modo di accedere alla docenza, persino da precari.

L’epilogo della saga, si stenta a crederci, è persino più inquietante. Secondo la legge finanziaria i “tagli” (e quindi anche il riordino della scuola) dovevano essere operativi già dal primo anno del triennio 2009/2012. Ma i frutti dei sofferti risparmi non potranno essere incassati prima del 2010/2011, quando i provvedimenti saranno operativi. Tra l’altro, solo per le prime classi. Su questo punto l’hanno avuta vinta le commissioni parlamentari ed il Consiglio di Stato che hanno condizionato il parere favorevole ai regolamenti al fatto che la riforma fosse operativa nel 2011 solo per le classi prime e non per il biennio, come invece si sarebbe voluto. Ciò rassicura i ragazzi che quest’anno hanno appena cominciato il proprio percorso scolastico, alle elementari come alle medie e alle superiori. Ma non rassicura affatto Tremonti che, a questo punto, a legge 133 approvata, naufragata l’ipotesi di risparmio attraverso la razionalizzazione strutturale della scuola, deve pur sempre trovare il modo di far quadrare i conti. E i fondi preventivati come ricavo nell’ambito dell’istruzione – risparmi che solo al 30% sarebbero stati reinvestiti nella scuola – bisogna in qualche modo che saltino fuori.

A questo scopo viene in aiuto l’eredità lasciata da Padoa-Schioppa, ovvero la cosiddetta “clausola di sicurezza”, in virtù della quale quanto non risparmiato col taglio degli organici previsto nella finanziaria viene recuperato riducendo i trasferimenti diretti dal Ministero alle istituzioni scolastiche, ovvero i fondi per l’autonomia (legge 440/97)

Per intenderci, sono i soldi che regolano il normale funzionamento delle scuola, dall’acquisto degli arredi (scrivanie, registri, lavagne) al piano dell’offerta formativa, dalle supplenze alle attività promosse da studenti e insegnanti. Per Padoa-Schioppa era un virtuoso principio per cui dall’incentivo si arrivava prima o poi ad accelerare il risparmio. Applicato alla legge 133 è un dichiarato assassinio.

Non si arrossisca allora di fronte allo tzunami di “proteste della carta igienica”, diffuse tra i genitori di tutta Italia, o all’acceso dibattito intorno alla questione se sia lecito e costituzionale nella scuola pubblica chiedere volontari “contributi” alle famiglie. E mentre i dirigenti scolastici hanno matasse sempre più difficili da sbrogliare (ammesso che resti quel po’ di lana), c’è chi si è inventato perfino le lotterie scolastiche. Nel trambusto, la verità è cristallina per tutti: questa sarà la vera riforma.

Giu 09

di Don Nicolò Tempesta - apparso su “Il fatto del Giorno”

Giorni fa mi è capitato di condividere su un autobus a Roma un po’ di tempo con alcuni giovani ragazzi che commentavano con piacere la notizia apparsa quasi a sigillare l’anno scolastico (già tormentato) 2009-2010: la proposta dell’apertura delle scuole dopo il 30 settembre.

Si tratta di una proposta contenuta in un disegno di legge presentato alla commissione istruzione del Senato e che vede il posticipo dell’inizio dell’anno scolastico al 30 settembre. Un ritorno al passato, come negli anni Sessanta/Settanta, quando la scuola iniziava i primi di ottobre, proposto anche per aspettare la fine del caldo di settembre e “allungare la stagione estiva anche rispetto al ciclo meteorologico. Ciò permetterebbe alle regioni a vocazione balneare un prolungamento della stagione turistica” e di conseguenza “potrebbe aiutare le famiglie a organizzare meglio il periodo delle vacanze e dare anche un aiuto al turismo”.

Basta questa bella notizia  commentavano i ragazzi con i loro zainetti pieni di libri e i loro sorrisi furbi – per anticipare le vacanze! Che gran bella notizia! E intanto il dibattito (non solo politico!) è aperto, proprio come le vacanze che sono ormai alle porte.

Guardavo l’orologio e mancava più di mezz’ora alla mia fermata, mi sono ricordato dei tempi belli della mia età scolare, gli ultimi compiti in classe e le vacanze che sembravano una conquista perché avevo avuto un buon voto sulla pagella scolastica: la vera firma di chiusura all’anno che era ormai al termine.

Così nell’isolamento da trasporto, tipico di chi usa i mezzi per spostarsi, mi sono nate un po’ di domande. Mi sono chiesto se questo è proprio quello che ci vuole alla nostra istituzione scolastica sempre più sotto l’occhio del ciclone; mi sono pure domandato se in un contesto socio-economico più che “liquido”, direi anzi abbastanza fluttuante, come il nostro, l’immagine un po’ fantozziana della famiglia che può programmare le sue vacanze sino a settembre corrisponda alla realtà concreta di chi, con molta probabilità, quest’anno non potrà neppure permettersi “le ferie” considerando soltanto i costi dell’apertura della scuola (settembrina o meno) e il loro peso sul bilancio familiare di fine mese. Mi sono posto pure il quesito circa la data di chiusura delle scuole: se essa verrà posticipata, gli alunni saranno costretti ad andare a scuola fino alla fine di giugno e ad affrontare la maturità fino a luglio. Sono ancora obbligatori secondo la direttiva europea i 200 giorni di scuola su 365? Dal momento che il calendario scolastico è competenza delle regioni e non del governo centrale, non sarebbe opportuno un accordo tra Stato e poteri locali? E infine m chiedo se gli effetti della proposta garantiscono un miglior rendimento scolastico, sebbene ciò interessi ancora a qualcuno.

Al di là dell’immediatezza e forse della superficialità di queste considerazioni che mi fanno pensare alla ferialità della vita delle nostre famiglie, mi domando anche quale sia la differenza tra la nostra scuola e, magari, un centro commerciale, senza orari e forse con l’unico criterio oggi valido, quello finanziario, uno spazio solo “economico” dove far scorazzare i bilanci, i tagli e tutto il resto. I tempi di inizio e fine, le vacanze extra estive si accorciano, si allungano, si spostano senza tener conto di quanto sia cambiata materialmente (e non solo) la vita di genitori, figli e nonni.

Conviene forse che recuperiamo una delle più belle definizioni di scuola (attribuita ad Alberto Magno maestro di san Tommaso d’Aquino! Scusate se è poco!) come laboratorium animae. Spazio dove ci si educa e si cresce: questo è importante! Credo che l’urgenza sia quella di una scuola che riscopra in modo nuovo il suo compito educativo e si organizza per assolvere in modo rinnovato la sua dimensione di “laboratorio” dove si costruisce mattone dopo mattone, con pazienza, la comunità degli uomini di domani.

La scuola educa non ad intermittenza, quasi diluendo in pillole di tempo un tipo di cultura che corre il rischio di diventare sempre più informativa e poco formativa, ma mostrando ai ragazzi il carattere vitale del sapere e facendo assaporare la ricchezza che la scuola stessa ha in ordine alla crescita dell’umanità di ciascuno. Sarebbe utile riproporre le istanze culturali di questo nostro tempo per capire meglio la realtà e per saper interagire con essa; ma sarebbe meglio proporre il sapere per comprendere la propria umanità, nel suo senso e nei suoi valori. Una scuola che nel suo bilancio preventivo alla fine dell’anno scolastico si propone di assumere in pieno la sua funzione educativa, in questo nostro tempo di emergenza educativa (o forse di emergenza educatori!!) è una scuola che ripensa complessivamente il suo progetto riproponendosi come laboratorium animae.

La scuola è luogo di vita, un piccolo universo in cui si intrecciano molte dimensioni: è spazio di cultura, ma anche luogo di relazioni, di trasmissioni di valori, di legame con il territorio e le sue istituzioni… ciascuno di questi aspetti credo debba essere ripensato e re-interpretato alla luce del compito educativo che qualifica e orienta la nostra cara scuola.

Abbiamo bisogno di quella stessa scuola che ha educato tutti quanti noi ad andare a “scuola da grandi”, tutti i giorni, secondo una bella poesia di un educatore che sin da piccoli abbiamo incontrato sui banchi della scuola del nostro paese: Gianni Rodari. C’era tempo sufficiente per poterlo studiare e imparare a memoria le sue filastrocche.

Anche i grandi a scuola vanno
tutti i giorni di tutto l’anno.
Una scuola senza banchi,
senza grembiuli nè fiocchi bianchi.
E che problemi, quei poveretti,
a risolvere sono costretti:
“In questo stipendio fateci stare
vitto, alloggio e un po’ di mare”.
La lezione è un vero guaio:
“Studiare il conto del calzolaio”.
Che mal di testa il compito in classe:
“C’è l’esattore delle tasse”!


Giu 03

Anche ieri mattina, come tutti i giorni, ho acceso il mio computer per cercare di tenermi aggiornato sui fatti del mondo e, come al solito, navigando per i vari siti internet dei quotidiani nazionali mi è saltata all’occhio una notizia; il titolo diceva così: “Padova: mercato nero delle traduzioni al liceo: sufficienza a 5 euro”. Incuriosito (e parecchio) inizio a leggere la notizia e immediatamente inizio a rabbrividire!

Dall’articolo, infatti, si capiva che, sebbene copiare sia, come tutti gli studenti sanno bene, un’attività ben conosciuta e nota, quello che era successo al liceo classico Tito Livio di Padova aveva dell’incredibile. In questo liceo, che è assai noto (è, infatti, il liceo dove si diplomò l’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano), i ragazzi erano riusciti a realizzare un vero e proprio “mercato nero” delle traduzioni di greco e latino, mediante il quale, pagando 5 €, si otteneva la traduzione della versione che si doveva tradurre durante il compito in classe, assicurandosi in questo modo la sufficienza.

Il metodo escogitato, secondo quanto riportato dal quotidiano “Il Messaggero”, era questo: “appena conosciuto il contenuto del compito in classe uno studente chiedeva di uscire (ma dico io: si può essere così ingenui - per usare un termine educato - da consentire di uscire dall’aula all’inizio di un compito??? vabbè…), si accordava con alcuni colleghi di classi superiori in attesa fuori dall’aula e questi, dopo pochi minuti, consegnavano direttamente o attraverso telefonino il compito eseguito a regola d’arte. La sufficienza era assicurata”.

Il losco mercato delle traduzioni è stato scoperto da alcuni docenti che hanno trovato sul social network più diffuso fra i giovani, Facebook, un gruppo nel quale veniva sponsorizzato questo sistema; docenti che, non appena han scoperto il tutto, insieme alla dirigenza scolastica hanno inflitto pesanti sanzioni (sospensioni di parecchi giorni) scatenando le ire dei genitori che, sempre secondo quanto riportato dal quotidiano “Il Messaggero”, - considerando l’intervento punitivo troppo duro - “ora meditano di impugnare i provvedimenti a carico dei loro figli”.

La cosa che mi ha lasciato maggiormente perplesso non è la punizione inflitta dalla scuola, nemmeno la reazione dei genitori e nemmeno il fatto in se della copiatura quanto, piuttosto, il fatto che per “passare un compito” questi ragazzi si facessero pagare 5€: a mio modesto parere, una vera e propria associazione mafiosa!

Voi cosa ne pensate?

Mar 31

In questi giorni assistiamo a voci discordanti riguardo alla presunta dimenticanza della voce “Resistenza” nella bozza delle linee guida per i nuovi licei. Le accuse di omissione volontaria sono state pesanti e c’è chi ha denunciato la censura della memoria, mentre al Ministero tentano la difesa scusandosi per la mancata esplicitazione. C’è anche chi sottolinea che la stessa presunta dimenticanza esiste pure nei programmi della scuola media, operativi già da molti anni dopo la riforma Moratti, eppure nessuno o se ne è mai accorto o ha mai denunciato la cosa.

Cari msacchini, desideriamo sapere quale sia il vostro pensiero al riguardo.

La storia è una cosa preziosissima (ne parlo con qualche cognizione di causa) ma si presta spesso da un lato a banalizzazioni e facili dimenticanze e dall’altro a forti strumentalizzazioni.

La Resistenza è uno di quei temi “tabù” per il quale c’è sempre una parte pronta ad appropriarsene, dichiarandosi sua unica o perlomeno privilegiata erede, e a dar battaglia a tutto il resto. Questa è una pericolosissima deriva anche per la memoria stessa, perchè la Resistenza non è roba degli uni o degli altri, ma pilastro su cui si è fondata la ricostruzione del nostro Paese ed il processo costituzionale. La Resistenza ha coinvolto tanti e tante parti politiche. é stupido a mio parere farne roba solo di alcuni e per questo sia cassarla colpevolmente mascherandosi dietro la dimenticanza sia farne un pretesto per violenti attacchi. Dove sta tra le due accuse la cattiva fede? Speriamo in nessuna, perchè la colpa della zizzania sarebbe un più grave delitto in un momento, come quello presente, in cui c’è un intero Paese che ha bisogno della collaborazione di tutti e, questo sì, possiamo dirlo, c’è la scuola italiana che va a pezzi a causa dei tagli finanziari e di affrettati riordini strutturali. Scervellarsi per capire se la Resistenza sia capitolo esplicito o implicito o volutamente cassato (cosa gravissima se fosse vera, ma sarà vera?) non ha molto senso quando nessuno si preoccupa del fatto che quello stesso periodo storico dovrebbe essere approfondito nell’ambito dei quadri orari di una materia, la Storia, che al liceo scientifico, musicale e linguistico “va in onda” solo tre ore a settimana, da dividere tra l’altro con la forzatamente collega geografia e la “sottointesa” educazione civica. Un’ora e mezza in totale, meno delle ore di ginnastica, o un po’ di più della religione cattolica se preferite: questo è di sicuro il modo migliore non solo per disonorare la memoria, ma per fallire in uno degli obiettivi fondamentali del sistema pubblico di istruzione e formazione, cioè l’educazione alla cittadinanza e ai valori della Repubblica!

Resistenza dimenticata… colpevoli? assolti? strumentalizzazioni? Preferiamo credere alla buona fede di ciascuno, per questa volta. Ma non ci saranno scuse se nessuno  farà molto di più di quello che ha fatto finora, anche nel proprio piccolo di scuola o associazione studentesca, per accompagnare la scuola italiana in questo difficilissimo periodo di transizione in cui studenti e professori stiamo rischiando molto, moltissimo. Nessuno avrà giustificazioni se la partita andrà persa. Noi compresi

C’è da scrivere il capitolo di storia odierna della scuola italiana. E c’è da salvarla. Tutti.

Feb 24

Ricordate la lettera di quel prof di informatica di Lecce pubblicata qualche tempo fa sul nostro blog? Ebbene, si trattava di una lettera aperta al Ministro Gelmini in cui l’istituto tecnico a cui apparteneva il professore chiedeva chiarimenti e provvedimenti in merito ai progetti di riforma dei tecnici, onde non comprimere eccessivamente i quadri orari di informatica, sacrificando così tanti progetti sperimentali cresciuti all’ombra dell’autonomia che avevano prodotto eccellenti risultati tra gli studenti e nel territorio. Oggi gli studenti e i docenti di quell’istituto gridano vittoria, perchè pare che le loro istanze siano state ascoltate. Un esempio del fatto che forse la macchina ministeriale delle riforme non è poi così impenetrabile e indifferente alle ragioni di chi la scuola la vive da dentro, tutti i giorni? Allora “battersi” per una scuola migliore si può, non è vera la frase “tanto non cambia nulla”? voi che ne pensate? e voi, come state reagendo alle novità introdotte dalla riforma della scuola? siete combattivi (propositivamente!) o rassegnati?

Dopo aver sollevato la questione a livello nazionale, giunge oggi la conferma

I docenti del Costa di Lecce l’hanno spuntata

INFORMATICA RESTA!!!

Un grande risultato per gli studenti, che continueranno a trarre benefici dall’eccellenza formativa sviluppata negli ultimi dieci anni dalla scuola salentina

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Feb 23

Pubblichiamo qui un articolo apparso oggi sull’Unità che parla di mobilitazione studentesca. E voi studenti che ne pensate? Ci stiamo ad essere ritratti in questo modo?è aperto il dibattito!!!

È passata la stagione classica, e niente occupazioni scolastiche. Nessuno sembra essersene accorto, ma è un unicum: quest’anno è saltata la protesta studentesca. Il mondo della scuola viene tuttora animato da fermenti continui, ma è come se tutto si muovesse sotto traccia, dopo che il movimento dell’Onda è andato a infrangersi su un muro di indifferenza. Da quel momento la scuola sembra essere uscita dall’agenda politica nazionale. Secondo gli esperti di comunicazione è un problema che avrebbe stufato il grande pubblico. E in assenza di proteste eclatanti, non c’è motivo di occuparsene. Resta da spiegare perché allora Riccardo Iacona sbanca l’auditel proprio quando dedica una trasmissione alla scuola, rivelando per esempio che in Sicilia l’85% degli edifici scolastici non è in regola con le norme di abitabilità e agibilità.
E però qualcosa significa se proprio l’anno scolastico 2009/10 sarà ricordato come il primo da tempo immemorabile senza quel rito anche un po’ stracco che era la protesta studentesca d’autunno, pronta a rientrare in vista delle vacanze di Natale e poi degli scrutini. Dopo la sconfitta subita con la riforma Gelmini, il dissenso stenta a prendere corpo. La massa degli indifferenti prevale, almeno fino a quando i nodi verranno al pettine e i tagli toccheranno il portafoglio di insegnanti e genitori.
A voler essere ottimisti, però, non è detto che quest’anomala assenza di proteste studentesche non rappresenti un fatto positivo. In fondo l’occupazione d’istituto in novembre era solo un tafferuglio, e qui servirebbe la rivoluzione. Era la valvola di sfogo momentanea che consentiva di rimettere la pentola a pressione sul fuoco senza il pericolo che scoppiasse.
Adesso qualcuno ha pure tappato la valvola: vediamo che succede.

Feb 09

da www.agensir.it

Più che un “progetto di riforma”, quello che si è appena concluso con le ultime disposizioni del ministro Gelmini è “un riordino della scuola italiana, con una riduzione di tempo-scuola e una semplificazione di percorsi per la secondaria, che lasciano però sussistere quattro diversi percorsi – tra loro poco comunicanti – per soddisfare l’obbligo scolastico e/o giungere al diploma”. E’ quanto si legge in un documento a cura dell’Azione Cattolica Ambrosiana, l’Aimc (Associazione italiana maestri cattolici) e l’Uciim (Unione cattolica italiana insegnanti medi) di Milano, che definisce la riforma scolastica “un riordino amministrativo dell’esistente, dettato da esigenze economiche”. “Punto fermo necessario”; comunque, ma “insufficiente”, perché “manca un’idea di fondo, un progetto nuovo, più ambizioso a livello culturale e didattico, almeno all’altezza dei valori sempre rimarcati dai progetti di legge via via emanati”. Una “lacuna”, questa, che per i firmatari del documento non è però attribuibile soltanto alla politica, quanto piuttosto al fatto che “manca nel nostro Paese un’attesa positiva e costruttiva riguardo ala scuola”, percepita da adulti e giovani “come una pratica da sbrigare, un male necessario, come le tasse, distante dai mondi vitali che ne motiverebbero l’esistenza”.

Se il” riordino” giunge al traguardo, è la tesi delle associazioni, “ora la parola passa alle scuole, alle famiglie, perché molto resta ancora da pensare e da fare”. Di qui la necessità di “ripartire seriamente dalla centralità della persona, pensata dentro una trama di relazioni sociali importanti, ragioni per le quali la scuola ha un valore strategico nella crescita di un Paese”. In un Paese, come il nostro, “divenuto multiculturale, multietnico, luogo di immigrazione dopo decenni di emigrazione, ottava potenza mondiale a livello economico” – si legge nel documento – “tornare a pensare a partire dal dato costituzionale è un compito possibile e necessario per dare anima alla scuola e per comprendere la sua decisività per formare giova i dialogici, capaci di convivenza in un contesto pluralista, democratico, europeista, capaci di abitare e di edificare una società realmente multiculturale, integrata, non impaurita, disponibile ad offrire a ciascuno pari opportunità di riuscita”. Raccogliere la “sfida educativa” significa inoltre far sì che i valori della Costituzione si traducano in “processi di cittadinanza attiva”. In ambito scolastico, infine, “urge il completamento della revisione degli organismi che governano sia le autonomie scolastiche che l’intero sistema d’istruzione e formazione, oltre che l’indicazione dell’iter di formazione dei docenti iniziale e in servizio.

Gen 29

Pubblicato sulla rivista “Enrico Medi”

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di Saretta Marotta -Segretaria nazionale MSAC
e Andrea Iurato - Segretario nazionale FUCI

A pensare agli ingredienti della formazione di un giovane viene in mente la fila di ampolline sulla mensola di Gargamella: letture, incontri, la scelta del gruppo da frequentare, la formazione religiosa, tutto in boccettine ciascuna con la propria etichetta sopra, da dosare con cura onde evitare che qualche sapore prevalga sugli altri, pena l’avere il giovane topo da biblioteca, o quello iper-relazionale, quello da sagrestia e quello secchione. La formazione dei giovani in realtà “campa” invece prevalentemente di luoghi. Sono i luoghi fisici, concreti, quelli che informano di sé la vita di ciascuno. Quei luoghi così radicalmente integrati nella nostra vita che, pur essendo sempre sotto il nostro naso, raramente ci accorgiamo di quanto ci trasformino. La nostra casa, ovvero la nostra famiglia, il lavoro che svolgiamo, l’attività che non solo occupa gran parte della nostra giornata e di tutti i nostri pensieri, ma costituisce praticamente la nostra identità. Essere studenti allora, dall’adolescenza al quarto di secolo, non significa semplicemente passare il tempo sui libri, ma abitare un luogo, una condizione. È una questione di identità, di vocazione, di consapevolezza del compito assegnato alla nostra vita per quel frammento di tempo, per quegli anni. È la scommessa che l’Azione Cattolica sogna per tutti i propri studenti, armandoli di una consapevolezza che li spinga a guardare il loro tempo e il loro “luogo” con occhi sapienziali, che sappiano discernere la differenza cristiana da portare tra i banchi di scuola. La sfida è lanciata già agli studenti delle scuole superiori, perché a 15, 16, 17 anni si può essere capaci di responsabilità e partecipazione. Responsabilità per i mille volti che a scuola incontriamo: i banchi sono laboratorio di relazione, tra compagni, coi professori, sono il ring su cui ci giochiamo i primi amori e pure gli scontri più duri; sono anche l’occasione per lasciare sul campo i compagni dei banchi dietro, quelli che abbiamo fatto “fuori” dalla nostra vita con i fendenti dell’indifferenza, del disinteresse, del “non è compito mio”, rimettendoci in bocca le parole di Caino “sono forse io custode di mio fratello?”. La “convivenza civile” di cui tanto ci parlano i programmi di educazione civica è allora incarnata in qualcosa di molto concreto, inesorabilmente tangibile e che interpella tutti. Come tutti ci coinvolge quella domanda di partecipazione di cui tante volte proprio sui banchi troviamo le tracce, magari graffiate sulla superficie con uniposca colorati a lasciare impronte di nomi, date, “segni” del nostro passaggio, (more…)

Gen 15

Avendo ricevuto preghiera di pubblicazione, postiamo qui, all’interno della rubrica “dico la mia” la lettera aperta al Ministro Gelmini del prof. Daniele Manni, dell’ITC Costa di Lecce

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Lettera aperta

Al Ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini

e per conoscenza

Al Direttore Generale per gli Ordinamenti Scolastici Mario Giacomo Dutto

Gent.mo Ministro Gelmini,

mi chiamo Daniele Manni, sono un docente di Informatica in servizio da 18 anni presso l’Istituto Tecnico Commerciale “Costa” di Lecce, e quanto Le sto per scrivere esprime, probabilmente, il pensiero di molti, se non di tutti, i miei colleghi in Italia che insegnano la mia materia nell’indirizzo “Programmatori” presso i Tecnici Commerciali.

Prendendo visione del riordino degli Istituti Tecnici non si può non constatare come sia stato eliminato del tutto nel Settore Economico l’indirizzo “Programmatori” (indirizzo in cui l’Informatica è una delle principali materie e che, tra l’altro, negli ultimi venti anni ha visto crescere esponenzialmente il numero degli iscritti, data la richiesta sul mercato della specifica figura uscente) e come dalle attuali 5 e 6 ore settimanali di Informatica si passerà a settembre, nel migliore dei casi, a solo 2 ore (per i primi quattro anni) e a 0 (zero) ore per il quinto anno.

Ora, volendo anche trascurare gli aspetti legati alla pura e semplice meraviglia sul perchè venga così drasticamente ridotto il monte ore di una materia talmente attuale e professionalizzante nell’ambito dell’istruzione tecnica ed in particolare (more…)