Fatto del Giorno

Fra Giustizia e Politica

Quello che contrappone il pubblico ministero di Catanzaro Luigi de Magistris e il Ministro della Giustizia Clemente Mastella è solo l’ultimo di una lunga serie di “scontri” fra politica e giustizia nel nostro Paese. Esso, fra l’altro, fa giustizia dell’idea, diffusa soprattutto nel centrosinistra italiano, che tale conflitto – il quale nella scorsa legislatura aveva raggiunto livelli particolarmente alti di tensione – fosse riconducibile esclusivamente o prevalentemente alle peculiarità del berlusconismo, con il suo noto intreccio fra interessi privati, attività al limite della legalità e attività politica. Non si può certo negare l’oggettiva consistenza di quest’ultimo dato, ma ridurre ad esso i termini del rapporto politica-giustizia significa coltivare un’immagine distorta dei due soggetti qui in causa e ignorare la storia italiana dell’ultimo trentennio.

Occorre anzitutto ribadire che in uno Stato liberal-democratico, retto in base al principio della separazione dei poteri, una certa dose di conflitto fra questi è inevitabile, ed è persino segno di buona salute del sistema. Ed è normale che di ciò si occupi la stampa. In questo ambito, poi, si registrano nelle democrazie contemporanee due grandi tendenze: quella della politica a sottrarsi all’impero della legge e quella della magistratura requirente e giudicante ad allargare le proprie funzioni, in nome di esigenze reali o fittizie di giustizia. In questo quadro, il caso italiano presenta alcune specificità, che sono ben evidenti anche nel caso Mastella-de Magistris.

La prima consiste nelle forme di indipendenza dei pubblici ministeri, che non hanno pari nel diritto comparato, in virtù della loro completa sottrazione ad ogni gerarchia e responsabilità (se non nelle forme di quella disciplinare) e che sono rafforzate dall’assenza di una chiara separazione fra pubblici ministeri e giudici. La riforma Castelli dell’ordinamento giudiziario conteneva importanti spunti in questa direzione, assieme ad alcuni sgradevoli eccessi; e la parziale controriforma voluta dall’attuale ministro ha forse ecceduto nelle pur necessarie correzioni.

A ciò si aggiunge una seconda dinamica, quella del rapporto – in buona parte perverso, ma non privo, talora, di giustificazioni concrete – fra pubblici ministeri e opinione pubblica (sia la stampa, sia la televisione). Accade così che magistrati ben noti per il loro impegno in prima linea in vicende giudiziarie “calde” come la dott.ssa Forleo non resistano alla tentazione di intervenire in trasmissioni televisive dalla chiara impronta populistica e dal tono non certo misurato, come “Annozero”. La miscela di questi elementi rischia di diventare micidiale, specie in un contesto di delegittimazione (non sempre immotivata) della classe politica, come quello in corso negli ultimi mesi.

Ma vi è anche un’altra anomalia, che consiste nell’opacità dei rapporti fra potere, affari e fenomeni malavitosi che continua a caratterizzare vaste aree del nostro Paese, soprattutto (ma non solo) al sud. Questi contesti, in fondo, generando ambienti politici ed anche giudiziari malsani, finiscono per essere l’unica spiegazione – anche se non giustificazione – di comportamenti che appaiono quantomeno discutibili, come quelli che vengono addebitati al dott. de Magistris – e questo a prescindere da ogni valutazione sul complesso delle indagini da lui svolte.

di Marco Olivetti