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Diocesi
Cosenza-Bisignano
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Fierainmensa, «piccolo
miracolo» di pace
Aprire la propria realtà al diverso
di Alessandra Luberto
da «Nuova
Responsabilità» 1/2003
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Un piccolo
miracolo
A volte le iniziative migliori sembrano nascere per caso, e poi si scopre che
dietro ci sono sensibilità maturate da tempo, cammini e carismi particolari,
discernimenti profondi derivanti da letture attente dei segni dei tempi e delle
realtà in cui si vive.
Da un po’ di tempo, nella diocesi di Cosenza-Bisignano quando si parla di come
dar corpo alla scelta missionaria dell’AC, di come concretizzarla nella propria
realtà, si pensa subito a Fierainmensa e subito accade un piccolo miracolo:
si illuminano gli occhi di chi vi ha partecipato, di chi ha contribuito a pensarla
e a realizzarla, di chi considera Fierainmensa una tappa importante del
proprio cammino di fede, di testimonianza, di dialogo. È proprio un “piccolo
miracolo” avvenuto a Cosenza nel marzo del 2002, grazie all’impegno di tante
associazioni che si sono messe insieme e si sono messe in gioco per rispondere
a una esigenza emergente nel proprio territorio, e per dare un volto accogliente
alla propria città. Un “piccolo miracolo” di comunione intraecclesiale, collaborazione
extraecclesiale, dialogo interculturale e accoglienza dell’altro.
Leggere
la realtà e scegliere l’altro
Fierainmensa nasce quando alcuni membri dell’equipe del Settore Giovani
di AC, confrontandosi con i giovani della Comunità di Sant’Egidio di Cosenza,
scoprono di avere le stesse idee su un progetto di accoglienza per venditori
ambulanti immigrati. Bisogna però fare una premessa: a Cosenza a metà marzo
si festeggia San Giuseppe con una grande fiera, di antica tradizione. Da qualche
anno in tale occasione giungono in città centinaia di venditori ambulanti stranieri,
i quali, naturalmente, sono per la maggior parte meno attrezzati dei venditori
italiani, muniti di furgoni e auto. Per cui quasi tutti nei cinque giorni della
fiera sono costretti a dormire per strada, su nudi cartoni, spesso senza nemmeno
una coperta.
L’equipe del Settore Giovani di AC aveva notato l’aggravarsi di tale fenomeno
dal 2000 e aveva considerato questo problema il segno evidente di come la città
di Cosenza fosse poco accogliente, soprattutto nei confronti dell’immigrato
e del povero.
In occasione del Convegno Interregionale del Sud, promosso dal Settore Giovani
nazionale nel marzo 2001, l’équipe diocesana aveva fatto un esercizio di discernimento
sulla città di Cosenza e su come la città “accogliesse”: emergeva che nel periodo
di San Giuseppe la situazione, già di per sé negativa tutto l’anno, si complicava
ulteriormente: un mare di immigrati che dormiva per strada, al freddo, senza
granché da mangiare e dimenticati da tutti, soprattutto dalle istituzioni. Il
tutto sembrava stridere molto con l’atmosfera di festa che si respira nei giorni
di San Giuseppe: concerti, bancarelle, migliaia di visitatori da tutta la provincia.
Perché non fare qualcosa per rendere più agevole il soggiorno agli ambulanti,
soprattutto agli immigrati? Perché non offrire loro un posto dove mangiare,
incontrare gente, magari anche ripulirsi un po’ dopo una giornata di duro lavoro?
Non
da soli
Anche altri avevano pensato che come comunità cristiana e civile bisognava attivarsi:
nasce, così, la collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio. E pian piano
il gruppo si allarga, con il sostegno e la benedizione del vescovo: l’Agesci,
la Caritas diocesana, la Fuci, il Banco Alimentare, il supporto sanitario della
Croce Bianca, la collaborazione di tutte le parrocchie cittadine e “La Kasbah”,
una associazione culturale laica che si occupa proprio del sostegno e dell’integrazione
degli immigrati a Cosenza.
Man mano che si chiedeva alle parrocchie di partecipare, si raccoglievano entusiasmi
e adesioni, nascevano idee belle e coinvolgenti, come il volantino-invito tradotto
in più lingue (anche in arabo) da distribuire agli ambulanti, oppure lo spazio-moschea
dove i musulmani potessero pregare, o i rubinetti e le docce da campo montate
dagli scouts per lavarsi. Tutti pronti a contribuire con soldi, oppure offrendo
viveri, o, ancora, il proprio tempo per venire a servire un pasto caldo o a
donare un sorriso.
La
mensa della condivisione
Fierainmensa non è stata soltanto una mensa serale che per 5 giorni ha
servito 500 pasti ogni sera, ma soprattutto una grande occasione per scoprire
che nell’altro c’è una grande ricchezza e che è bello donarsi senza riserve
e senza badare alla provenienza, al colore della pelle, alla cultura e alla
religione di chi per noi è un “fratello”.
Dal 15 al 19 marzo del 2002 nei locali della Kasbah, nella palestra di una scuola
al centro della Fiera, ogni sera sono stati distribuiti i pasti con l’aiuto
delle parrocchie e delle numerose famiglie, che si sono mobilitate per offrire
le cene, preparate a casa, o per dare la loro disponibilità al servizio. È stata
offerta anche assistenza medica grazie ad una unità mobile e con medici volontari,
mentre gli immigrati che vivono a Cosenza hanno preparato piatti tipici stranieri
del Marocco e del Bangladesh.
Ogni associazione ha messo in gioco i propri talenti e i propri cammini: l’AC
la sua attenzione al territorio, la sua capacità di progettazione, la sua distribuzione
capillare nella rete delle parrocchie, la sua propensione al servizio; la Comunità
di Sant’Egidio il suo carisma del servizio ai poveri e la sua esperienza nel
territorio cittadino; l’Agesci la sua attenzione alle problematiche sociali,
l’abilità pratica e concreta dei suoi aderenti, l’attenzione al valore educativo
di ogni esperienza; La Kasbah ha dato un notevole contributo per realizzare
l’iniziativa nel rispetto degli usi alimentari e delle abitudini religiose degli
ospiti stranieri che sono arrivati.
Allora ben si comprende che Fierainmensa è stata una grande occasione
di scambio interculturale e di educazione al rapporto con la diversità. Un’esperienza
dal forte valore formativo per chi vi partecipa: si ha la possibilità di scoprire
la bellezza delle altre culture, si entra in dialogo con chi crede in un Dio
diverso e lo prega in un modo diverso, si sperimenta la capacità di lasciarsi
andare all’abbraccio fraterno con persone che spesso, soprattutto oggi, sono
malviste, perché nere, perché sporche, perché povere, perché straniere. Si ha
la possibilità anche di stupirsi perché quest’abbraccio viene naturale e non
frenato da inibizioni e tabù tanto inutili quanto, purtroppo, diffusi.
L’impegno
di un’AC missionaria
Fierainmensa ha stimolato riflessioni, ha generato impegni costanti in
persone o gruppi a favore dei poveri o degli immigrati, ha contribuito a cambiare
probabilmente soprattutto i cuori e il modo di rapportarsi all’altro. Inoltre
è stata un’occasione per iniziare un dialogo proficuo non solo con altre realtà
ecclesiali, ma soprattutto con realtà lontane dalla Chiesa: dai giovani dei
centri sociali, alle “controculture” del tifo calcistico.
Dall’ac di Cosenza-Bisignano Fierainmensa è stata assunta come scelta
unitaria, nel quadro della Settimana della carità (cade proprio alla fine della
Settimana nazionale), e diventa oggi un momento di “pellegrinaggio” verso Gesù,
presente nella persona del povero e dello straniero, nella speranza che da questo
si concretizzino percorsi di carità costanti e permanenti. Intanto da alcuni
gruppi della diocesi è giunta la richiesta di “esportare” l’iniziativa anche
in un’altra città vicino Cosenza, Paola, dove, in occasione della Festa di S.
Francesco a maggio, si tiene una fiera di 4 giorni con l’arrivo anche qui di
centinaia di venditori ambulanti.
In un momento come quello attuale, vivere in pace anche solo pochi giorni con
chi dai più è ritenuto “diverso” e “terrorista”, è educarsi a vivere la pace
nella concretezza dei gesti quotidiani.
«Un’AC missionaria è un’AC che parla di una vita salvata: attraverso l’impegno
di quei laici che sono disposti a rischiare la solitudine della testimonianza
nella vita sociale, attraverso gesti che salvano, dicendo, con la parola e con
il coraggio di mettersi in gioco, la bellezza del Vangelo e di una vita animata
dalla carità. (…) Un’AC missionaria è disposta a camminare al fianco dei poveri
di oggi e ad accoglierli nelle relazioni di ogni giorno… È un’AC che sa condurre
con tutti relazioni cariche di umanità, di ascolto, di silenzio o di parola,
sapendo intessere dialoghi significativi, fatti per esprimere fraternità e per
dire con la vita che siamo tutti figli di un Dio che ama ogni uomo» (Documento
finale XI Assemblea Nazionale, n.14).