| PER
UN'EUROPA FRATERNA |
| III
Incontro Continentale Europa-Mediterraneo - Sarajevo,
3-7 settembre 2003 |
IL FUTURO È NELLE NOSTRE RADICI.
La novità del Vangelo
nell’Europa del terzo millennio
p. Ghislain
Lafont osb
«Unita
nella sua diversità, l’Europa offre ai popoli [che la compongono]
le migliori possibilità di proseguire, nel rispetto dei diritti individuali
e nella coscienza delle responsabilità verso le generazioni future e
del pianeta, la grande avventura che ne fa un ambito privilegiato dell’esperienza
umana».
È con questo testo tratto dal Preambolo della futura Costituzione Europea
che vorrei cominciare questo mio intervento. Esso, infatti, colloca l’unità
europea nella più ampia prospettiva di una speranza per la storia del
mondo e dei popoli; prevede un futuro indefinito, un divenire grandioso nel
quale tutti i valori di cui si parla in precedenza (§§ 2 a 4) saranno
possibili e acquisteranno tutto il loro senso: diritti dell’uomo, progresso,
pace, giustizia, solidarietà… Il presente felice di cui si enumerano
così le componenti viene iscritto in un Avvenire assoluto, che non si
è capaci di descrivere con maggiore precisione ma che è parte
essenziale del progetto europeo. È questa "speranza" a garantirci
che «la grande avventura» può proseguire nel tempo presente.
Vorrei cominciare la nostra riflessione proprio da questo punto. Quando leggiamo
il testo, infatti, la nostra fede cristiana ci ricorda che il primo messaggio
di Gesù è: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio
è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15). Anche se
non tutti gli uomini ne sono a conoscenza, anche se per noi questa parola rimane
misteriosa, sappiamo che «la speranza umana» di cui parla il Preambolo
che abbiamo appena letto è il Regno di Dio, il suo avvento e la sua vicinanza.
Credo allora che, in un primo momento, potremmo ridirci ciò che significa
per noi tutti una tale convinzione della fede e cosa possiamo fare per mantenerla
viva nel nostro cuore. Successivamente, dovremo soffermarci sul fatto che l’Europa
nella quale oggi viviamo appartiene a un mondo definito «moderno»,
talvolta anche «post-moderno». Questa è l’Europa nella
quale dobbiamo lavorare per il Regno: in senso negativo, non bisogna né
fuggire, né rifiutare il mondo moderno se vogliamo farci entrare un po’
della la luce del vangelo; in senso positivo, dobbiamo convincerci che è
una tappa che Dio e noi stessi possiamo rendere benefica se ci impegniamo con
discernimento e con il desiderio che venga una umanità vera in Europa.
Le nostre riflessioni ci condurranno infine a mettere in luce alcuni atteggiamenti
importanti del nostro impegno.
Li cito fin d’ora: la riconciliazione, il dialogo, le Beatitudini.
1. - Il Regno nell’avvenire e dentro di
noi
Attendere il Regno
La frase di san Marco che ho appena ricordato è rivolta a noi cristiani,
e il nostro primo dovere riguardo all’Europa è semplicemente quello
di capire che cosa significhi per noi e farne un riferimento essenziale nelle
nostre vite. Allora, saremo in grado di darne testimonianza. Esiste infatti
un paradosso, che è iscritto nelle nostre vite: il nostro tempo, il tempo
del pianeta, ma anche quello di ciascuno di noi, ha senso solo in relazione
al futuro del Regno. D’altra parte, però, questo futuro non si
colloca nel prolungamento omogeneo di questo tempo, come le stagioni che si
susseguono l’un l’altra: è Dio stesso e Lui solo che stabilirà
il Regno definitivo nel momento che Lui solo conosce. «Non abbiamo quaggiù
una città stabile» ci ricorda la Lettera agli Ebrei (13,14) eppure,
conservando in cuore la speranza della «patria celeste» (Ebrei 11,16),
potremo costruire quaggiù un mondo giusto. È importante capire
fino in fondo questo messaggio e lasciarlo risuonare nel nostro cuore affinché
ogni nostra attività concreta in Europa possa essere davvero una tappa
nella storia della salvezza iniziata con la Creazione.
Meditare e vivere il Regno
Per tali ragioni, tre elementi propriamente spirituali devono dirigere tutti
i nostri sforzi: la celebrazione dell’Eucaristia, la familiarità
con la Scrittura, l’ascolto dello Spirito Santo. È prima di tutto
l’Eucaristia a rappresentare, qui e ora, per noi, la salvezza di Dio che
è il futuro della storia. In essa, infatti, facciamo memoria della Morte
e Resurrezione di Gesù e esprimiamo la Speranza nel suo Ritorno; offriamo
anche noi stessi, come anche la Chiesa e il Mondo, in sacrificio spirituale
a Dio e, nella comunione, diventiamo tutti insieme il Corpo di Cristo. Nell’Eucaristia
troviamo anche la realizzazione perfetta in Gesù della Legge fondamentale
del Regno: dare la propria vita gli uni per gli altri, ricevere la propria vita
gli uni dagli altri. In tal modo, la speranza del Regno non è qualcosa
di lontano, astratto, staccato dalla nostra azione sociale e politica: ci è
data proprio nell’Eucaristia e ci dona intelligenza e vigore.
Questa vicinanza dell’Eucaristia e all’Eucaristia ci introduce a
un secondo elemento della nostra speranza attiva del Regno, in questi ultimi
anni pienamente rivalorizzato nella Chiesa: la lettura e la meditazione della
Santa Scrittura, che chiamiamo volentieri lectio divina. La pratica dei sacramenti
è completata, infatti, dalla familiarità con la Bibbia, che possiamo
acquisire sia con un’assidua lettura personale, sia con la partecipazione
a gruppi biblici. L’esperienza umana ci dimostra che diventiamo poco a
poco ciò che leggiamo: se leggerò tutti i giorni lo stesso giornale
finirò per far mio il suo modo di presentare gli avvenimenti, la sua
«ideologia», la sua «tendenza». Se, nella letteratura
del mio paese, ritorno spesso su uno stesso autore, mi comunicherà la
sua sensibilità, il suo modo di vedere la vita, le sue domande e i suoi
dubbi, le sue aspettative.
Allo stesso modo l’abitudine alla lettura della Scrittura, in special
modo del Vangelo, ci porta, senza neanche accorgercene, a pensare e a sentire
cristianamente, rinnovando la nostra mentalità e comunicandoci ciò
che San Paolo chiama la «sapienza di Dio» (cf 1Cor 2,7).
Infine, né la pratica eucaristica, né la lettura della Scrittura
portano frutto se non grazie allo Spirito Santo che Gesù risuscitato
ha inviato alla sua Chiesa e ha anche misteriosamente diffuso nel mondo. L’invocazione
dello Spirito, nel silenzio della preghiera, ci apre alla Rivelazione intima
di Dio. Lo Spirito, infatti, scruta le profondità di Dio e ci comunica
ciò che sa, in modo che noi possiamo avere, in qualsiasi circostanza
della vita, una sensibilità non solo umana ma anche veramente divina
rispetto all’evento che accade o alle decisioni che dobbiamo prendere.
L’uomo che ha l’abitudine di invocare lo Spirito Santo è
guidato in modo che, qualunque sia la difficoltà o la prova che incontra,
la sua vita è in fin dei conti un contributo positivo all’avvento
del Regno di Dio.
Parteciperemo dunque in modo costruttivo e originale alla costruzione dell’Europa
se la considereremo una tappa dell’avvento del Regno. Questo modo di vedere
ci darà molta più voglia di parteciparvi! Sappiamo infatti che
il progetto da realizzare si iscrive in un disegno di Dio e che possiamo mettere
al suo servizio la nostra libertà d’uomini. Ma sappiamo anche che
come per Gesù, partito per istaurare il Regno, ci sono state incomprensioni,
prove, fallimenti, male, così anche per noi ci saranno lotte umane e
spirituali e momenti di «morte». Il successo però ci aspetta
alla fine del cammino.
La costruzione europea: un momento da cogliere
Questa convinzione ci autorizza infatti a considerare la costruzione europea
un evento nuovo, un momento significativo nella storia del mondo. Fino a non
molto tempo fa, molte delle nazioni che oggi definiamo «europee»
tentavano al massimo di garantire un equilibrio più o meno effimero tra
la propria violenza, il desiderio di autonomia difeso contro le invadenze degli
altri e, per i popoli più forti, la tendenza ad affermare e imporre la
propria egemonia. L’idea che si potessero unire tra loro, e eventualmente
anche con le altre nazioni vicine, non le sfiorava nemmeno. Oggi al contrario
è un’idea universalmente accettata. Il progetto è quindi
nuovo ed è realizzabile.
2. - Una Europa nella modernità
Il progetto europeo è un progetto che si iscrive nella modernità.
È quindi mediante assunzione equilibrata della modernità che lo
realizzeremo. Non bisogna avere paura della modernità, né cercare
di tornare indietro nella storia. Il solo compito possibile è quello
di discernere cosa accettare e attuare e cosa scartare. Un tale lavoro di discernimento
attivo, del resto, è sempre stato all’ordine del giorno, in ogni
momento della storia. Nessuna epoca passata è ideale e nessun presente
è catastrofico.
Vorrei ora fare alcuni richiami, al tempo stesso storici e teorici, in vista
del discernimento che siamo chiamati a fare.
La
colpa e il perdono
Osserviamo innanzitutto che c’è qualcosa nell’uomo, in noi
come negli altri, che non si interessa, non riesce proprio a interessarsi alla
vita di quaggiù. Uno storico delle civiltà diceva: «l’uomo
è un animale con la coscienza sporca, incline al pentimento e all’autopunizione»:
un uomo che non è spontaneamente a suo agio né con gli altri,
né con se stesso, né con la divinità, qualsiasi sia il
nome che le attribuisce. Nella storia dei popoli e delle religioni vediamo che
tale insoddisfazione provoca comportamenti allo stesso tempo rituali e morali,
fissati dalle tradizioni e ai quali ci si sforza di essere fedeli al fine di
non incorrere nella collera degli dei (e cadere allora nella disgrazia presente)
e di non compromettere la vita dopo la morte. Non si osa prendere iniziative
nella vita sociale, tecnica, personale perché si teme che magari esse
non piacerebbero agli avi o agli dei e metterebbero in pericolo la salvezza.
La politica e l’economia si distinguono a fatica dalla religione e il
sacerdote, il capo politico, il lavoratore, il mercante, sono spesso in conflitto
tra loro in una società dove esistono molte paure.
Per molto tempo, almeno in Occidente e per la maggior parte della gente, la
Rivelazione cristiana è stata interpretata quasi esclusivamente in una
prospettiva di peccato e perdono, molto simile alla mentalità «religiosa»
che ho appena ricordato. Rispetto a questa, c’è un reale progresso,
tuttavia non ce ne si è mai sufficientemente distaccati. È bene
sottolineare allora che, grazie a Gesù Cristo, Dio assicura all’uomo
il perdono, gli offre la possibilità della penitenza e gli indica i comandamenti
medianti i quali potrà condurre una buona vita ed essere così
salvato. I sacramenti sono il segno di questo perdono dei peccati e la manifestazione
anticipata del Regno eterno. La Chiesa, e concretamente i preti, sono importantissimi
in quanto sono loro a dispensare l’insegnamento e i sacramenti. La questione
della salvezza eterna è predominante e la speranza è presente,
a causa della Redenzione. In tale prospettiva, tuttavia, non si è portati
a attribuire grande importanza alla vita di quaggiù nella sua realtà
umana e nel suo progresso. Del resto, nella maggioranza dei casi, l’uomo
si mostra incapace di dare buona forma a questa vita; arriva al massimo a gestire
la violenza. Anche in questo caso la Chiesa cerca di intervenire, quando ci
sono conflitti militari e politici, per riconciliare le parti – e ciò
le conferisce un’autorità indiretta su tutto l’umano in quanto
il peccato sembra essere onnipresente.
Avvento
della modernità
La modernità è intervenuta nel momento in cui l’umano in
quanto tale ha incominciato a interessare gli uomini a prescindere dalla problematica
immediata della salvezza. Si può affermare che una nuova era della storia
universale è iniziata con la modificazione dell’immagine del cielo,
proposta da Copernico, e di quella della terra, dovuta alle Grandi Scoperte
(fine del XV e inizio del XVI). Prendendo allora una certa distanza rispetto
al quadro generale del peccato e del perdono, l’uomo ha scoperto la propria
capacità di conoscere lo spazio e il tempo (scienza) e di influire su
di esso (tecnica, commercio, viaggi…). La terra gli è apparsa come
uno spazio per il quale vale la pena mobilitare il suo tempo e la sua ingegnosità.
Ciò che oggi chiamiamo accelerazione della storia deriva dalla velocità
sempre maggiore e dalla competenza più ampia con le quali si sviluppa
questa padronanza dell’uomo, la cui autonomia e il cui libero arbitrio
balzano di conseguenza in primo piano.
Si capisce allora come questo movimento, nel momento in cui ha avuto inizio
in Europa, all’epoca del Rinascimento e successivamente, abbia a poco
a poco provocato una messa in discussione delle forme politiche e religiose,
nella misura in cui queste danno l’impressione di tenere l’uomo
in uno stato di sottomissione: politica rispetto ai Prìncipi e religiosa
rispetto al Clero. C’era, infatti, nella modernità allo stato nascente,
un richiamo tale a ridefinire le norme politiche e le esigenze religiose da
impedire che, pur perseguendo lo sforzo umanista, gli uomini cadessero nell’anarchia
e perdessero di vista il proprio destino fondamentale. In altri termini, bisognava
ripensare la duplice realtà del peccato e del perdono in modo che non
costituisse un ostacolo totale alla nascita di una umanità diversa.
Difficoltà e successi della modernità
In realtà, questa nuova costruzione politica e religiosa si sta tuttora
realizzando. Esistono aspetti negativi e aspetti positivi. L’avvento della
modernità ha rinnovato la rivalità endemica tra Chiesa e Stato,
tra i prìncipi da un lato e i vescovi, e particolarmente il papa, dall’altra.
La capacità tecnica ha reso possibili guerre ancora più sanguinose
e non la realizzazione della pace su nuove basi. L’estensione delle capacità
umane ha provocato disuguaglianze sociali sempre maggiori, e la doppia gestione
del lavoro e del denaro non è stata fatta bene (e continua a non farsi
bene). La crescita dell’ingiustizia e della violenza sembra essere andata
di pari passo con la crescita del potere dell’uomo, mentre la relazione
con il sovrannaturale e la preoccupazione delle mete ultime sono divenuti temi
a cui nessuno si interessa. Si capisce come la tentazione di cedere alla disperazione
si sia diffusa nel mondo.
Tuttavia, in mezzo a tutte queste vicissitudini, si sono affermati valori nuovi,
che oggi sono generalmente accettati, e avvertiamo che la verità del
Vangelo, al pari della natura dell’uomo, ci incitano a viverli sebbene
ci risulti sempre difficile realizzarli. La visione del mondo di quaggiù,
che anche la Chiesa condivide, prevederebbe l’instaurazione generalizzata
di una democrazia giusta che promuova i diritti di ogni uomo; una gestione dell’economia
a servizio di un bene comune, il cui segno di riconoscimento sarebbe l’accesso
dei più poveri ai beni di questo mondo; uno sviluppo della ricerca e
dell’applicazione tecniche che consideri il bene dell’uomo come
misura e fine… Un tale lavoro sul piano politico, sociale e culturale
dovrebbe essere accompagnato da una riforma delle Chiese che sappia riconciliare
i valori evangelici, l’umanità e la grazia dell’uomo, l’autorità
apostolica. Questo insomma era l’obiettivo che si era fissato il Concilio
Vaticano II. Tra il rischio di un ritorno a una religione fondata sulla paura
(trasformata soltanto nell’apparenza) e quello di abbandonarsi alla dinamica
atea di un progresso incontrollato, è a questo nuovo equilibrio che occorre
lavorare a medio termine, anche se non sarà mai raggiunto pienamente.
Ciò che intendevo dire con questi brevi accenni sulla modernità
è che non lavoreremmo per l’avvento del Regno di Dio qui in Europa
se non facessimo nostra la sfida attuale: la nostra fede sarà tanto più
credibile nella sua proposta soprannaturale se contribuirà a creare un
reale ordine nel mondo presente e a dare un senso alla nostra attuale civiltà.
Credo che, per dei cristiani, occorre affrontare il progetto europeo in questa
prospettiva affinché esso si realizzi.
3. - Alcuni atteggiamenti essenziali per la costruzione
dell’Europa
Dopo aver collocato la nostra azione, qualsiasi essa sia, nel contesto della
fede cattolica, del progetto che Dio le conferisce e della Legge del Regno e
aver ricordato che il progetto europeo è un momento importante nella
storia della modernità, vorrei soffermarmi su tre atteggiamenti che dovrebbero
dare un aspetto concreto al nostro lavoro cristiano in Europa: riconciliazione,
dialogo, Beatitudini. Prima di parlarne, desidererei sottolineare bene il termine
che ho utilizzato: atteggiamento.
Non si tratta, in effetti, di un percorso cronologico, come se, dopo esserci
riconciliati una volta per tutte, potessimo entrare in dialogo su ciò
che c’è da fare e, una volta ottenuto un consenso, metterci all’opera.
In realtà, questi tre elementi funzionano insieme.
Anche se ci sono eventi di riconciliazione che segnano delle tappe, ci sarà
motivo, nonostante tutto, sia per il perdono offerto, richiesto e ricevuto,
sia per la lotta al risentimento e alle frustrazioni. Ogni uomo, ogni gruppo,
ogni nazione è continuamente in tensione per superare i movimenti, le
mentalità ecc. che l’oppongono e lo isolano. Gli accordi, quando
sono raggiunti, mettono, in certo modo, allo scoperto altri campi in cui occorre
ascoltarsi, parlarsi e, se possibile, decidersi insieme. Infine, le azioni portate
a termine non esauriranno mai il progetto di lavoro per la pace universale,
politica, economica e sociale, con le sue implicazioni religiose. Ecco perché
ho parlato di atteggiamento: è importante verificare di continuo se stiamo
facendo un lavoro di riconciliazione, di dialogo e di azione, aiutandoci d’altra
parte con l’armatura delle Beatitudini che ci consentirà di non
fermarci lungo il cammino a causa delle prove che necessariamente ci troveremo
ad affrontare.
Riconciliazione
Quando ci si sofferma a lungo su un Atlante storico1 per cercare di capire la
genesi dell’Europa, la prima parola che viene in mente – e pronunciandola
provo una certa paura, qui a Sarajevo, dove recentemente ci sono state sofferenze
così grandi – è «riconciliazione». L’Europa,
nei confini che oggi provvisoriamente le riconosciamo, i quali comprendono tutti
i paesi che si trovano a Ovest della Russia e della Turchia, è un continente
ferito che si è costruito attraverso numerose guerre e molti morti, cosicché
in ognuno di noi europei c’è una memoria carica di eventi dolorosi
che ci schiacciano, anche inconsapevolmente, sotto il peso di risentimenti e
di colpe. Tali eventi possono essere lontani o vicini: finché non hanno
dato luogo a parole di perdono richiesto e ricevuto e a prospettive di nuove
relazioni conviviali pesano sulla nostra coscienza di europei. Ma interpellano
anche la nostra coscienza cristiana e ci rinviano in modo forte al Vangelo.
Cenni storici
1. - L’Antichità
Occorre forse ritornare molto indietro nel tempo. Nell’Antichità,
il mondo civile (non trovo altra parola) non occupava unicamente ciò
che oggi chiamiamo Europa, ma tutto il bacino del Mediterraneo. Se ci limitiamo
a considerare solamente la Chiesa cristiana, ecco quanto troviamo: i primi Padri
della Chiesa di cui si ha memoria sono Giustino, Ignazio d’Antiochia,
Clemente di Alessandria, Origene: quindi Siria e Egitto. La prima letteratura
cristiana che ci arriva da Occidente è scritta in greco: Clemente di
Roma, Ippolito di Roma, Ireneo di Lione. I primi Padri che scrivono in latino,
invece, sono africani: Tertulliano e Cipriano. All’epoca della grande
patristica (IV e V secolo) possiamo ugualmente fare il giro del Mediterraneo:
Atanasio e Cirillo in Egitto, Agostino e Fulgenzio in Africa; in Italia, troviamo
il romano Mario Caio Vittorino, il milanese Ambrogio, Paolino da Nola veniva
dal Sud-est della Gallia e Girolamo dalla costa dalmata. Continuiamo poi il
periplo con i Padri della Cappadocia, che sono vissuti tra Costantinopoli e
la Cesarea, all’estremità del territorio dell’Anatolia, la
Turchia attuale.
Questa unità del Mediterraneo ha cominciato a infrangersi quando le invasioni
barbariche hanno messo a ferro e fuoco i paesi occidentali. L’impero romano
d’Occidente è caduto alla fine del V secolo e a partire da quel
momento si è cominciato a scavare un fossato tra l’Occidente barbaro,
all’epoca pagano o ariano, e l’Oriente rimasto ortodosso. Poi, nel
VIII secolo, è arrivato l’Islam, che ha progressivamente conquistato
e occupato l’Impero d’Oriente ed è avanzato fino a regioni
che noi oggi qualifichiamo europee - come la Bosnia-Erzegovina. Si potrebbe
dire che l’Europa si identifica con i territori e le nazioni che, da un
lato, non hanno sostenuto l’Oriente greco caduto nelle mani degli arabi
e poi dei turchi e, dall’altro, sono riusciti a respingere gli attacchi
musulmani, dalla vittoria di Poitiers (732 Carlo Martello) fino a quella di
Vienna (1683 Jean Sobieski). Essa si è quindi costituita ad Ovest, nell’abbandono,
più o meno ostile, dell’Oriente.
Pertanto, già a questo primissimo livello di costituzione storica dell’Europa,
c’è motivo di riconciliazione: prima di tutto forse accettando
la storia così come si è svolta; poi, cercando di portare uno
sguardo benevolo su coloro dai quali ci siamo separati, che abbiamo attaccato
e vinto o viceversa: il mondo greco e il mondo musulmano. È un primo
livello di guarigione della nostra memoria storica. Tale riconciliazione politica,
tuttavia, implica una riconciliazione religiosa, in quanto il fattore confessionale
ha avuto un ruolo rilevante nelle società pre-moderne in cui è
sempre difficile fare la distinzione tra politica e religione. Il dialogo tra
cristiani «greci» e cristiani «latini» in vista di una
vera riconciliazione nella differenza, e l’ascolto reciproco e rispettoso
tra cristiani e musulmani fanno parte, mi sembra, di una vera costruzione dell’Europa,
affinché essa si apra così come deve essere sul Vicino e Medio
Oriente, Russia compresa, e affinché i cittadini di tali regioni siano
accolti meglio quando vengono tra noi.
2.
- L’Europa moderna e contemporanea
Se ora consideriamo l’Europa in quanto tale, vediamo che in realtà
si è costituita a partire dal XIV secolo. In effetti, la sua formazione
è contemporanea all’avvento e allo sviluppo della modernità,
la quale, come ho già detto, può essere definita come una conquista
progressiva dell’autonomia umana: autonomia della sfera politica, legittimità
delle nazionalità, percezione iniziale della libertà, della coscienza
e della storia, avvento della scienza esatta e della tecnica. La civiltà
europea si è fatta su queste basi. Il conflitto, però, è
stato costante e le riconciliazioni mai durature. Gli stati europei, costituitisi
a partire dal XIV secolo, hanno passato il tempo a farsi guerra: per acquisire
l’egemonia politica gli uni sugli altri, che si tratti di Francia, Inghilterra,
Impero austro-ungarico, Prussia; per avere il controllo del commercio estero;
per formare imperi coloniali. Così, dal XV al XX secolo, la carta dell’Europa
non ha mai smesso di subire modificazioni, a secondo dei effimeri trattati di
pace. Inoltre, nell’intervallo tra i nostri conflitti interni si sono
costituiti umanamente altri continenti. L’azione dell’Europa in
tale processo è stata positiva, nella misura in cui ha portato ai popoli
che colonizzava il cristianesimo e l’umanesimo moderno. Ma essa è
stata anche largamente negativa perché lo ha fatto in funzione degli
interessi politici ed economici delle nazioni, tra loro nemiche, che la componevano
e senza rispettare l’autonomia delle società e dei popoli conquistati.
Anche in questo caso, ci sono riconciliazioni da compiere per il passato, una
accettazione della situazione presente e alleanze da creare per un futuro migliore.
3.
- Le confessioni religiose
Sul piano religioso, le regioni europee si sono dapprima unificate attorno alla
religione cattolica. Occorrerebbe esaminarne in questa sede le diverse cause:
il ruolo positivo, dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente,
dei Papi difensori delle popolazioni dell’Italia contro gli invasori pagani
o ariani; la vittoria politica dei principi cattolici, come Clodoveo, Pipino
il Breve, Carlo Magno; lo sviluppo del monachesimo cattolico, la riforma gregoriana,
che ha unificato la cristianità dall’XI al XIII secolo… Questa
unità cattolica si è tuttavia disgregata poco a poco, nel momento
esatto in cui si abbozzava l’Europa moderna: lo sviluppo dei nazionalismi
si è scontrato con l’egemonia papale, che non ha saputo ripiegare
rapidamente su una posizione propriamente religiosa. Non si è trovato
un equilibrio tra gli Spirituali francescani, gli evangelismi di ogni genere
e una affermazione del papato in cui il primato religioso, il primato politico,
il primato finanziario (fiscalità) erano eccessivamente mescolati. Da
parte loro, gli stati e le società civili hanno incontrato molte difficoltà
a riconoscere alla fede, qualunque essa fosse, un spazio sociale effettivo.
Alla fine, nel XVI, secolo c’è stata la Riforma protestante da
un lato, e una frammentazione del cattolicesimo a livello nazionale dall’altro.
Sul piano della fede in Europa, c’è dunque un lungo lavoro di riconciliazione
da perseguire, quello che suscitato il dialogo ecumenico.
Tre
segni di Dio per il nostro tempo
Nel XX secolo ci sono stati tre importanti segni, nei quali possiamo vedere
la mano di Dio, e che danno un consistenza alla nostra Speranza: Dio è
davvero con noi per costruire un’Europa e un mondo. Il primo è
la nascita e lo sviluppo del movimento ecumenico. Esso è sorto dalla
convinzione che il Vangelo non potrà diffondersi nel mondo se i discepoli
di Gesù non saranno riconciliati. Sappiamo che, dalla diffusione di questa
convinzione negli ambienti anglo-sassoni alla vigilia della prima guerra mondiale
fino alla piena riconciliazione tra tutte le confessioni cristiane, il cammino
sarà lungo. Ma come viene detto in un’esortazione liturgica: «che
Dio porti a compimento ciò che ha cominciato in noi». Per ciascuno
di noi, delle nostre comunità, è come se l’ecumenismo fosse
parte della normale respirazione e la sua portata per la costruzione europea
è immensa.
Il secondo evento è la riconciliazione franco-tedesca, che si è
delineata già alla fine della seconda guerra mondiale. Si può
dire che abbia costituito uno «zoccolo duro», sul quale si sono
potuti firmare trattati e intraprendere realizzazioni veramente inimmaginabili
sessanta anni fa. Certo, in Europa non esistono solo la Germania e la Francia,
ma non sappiamo esattamente ciò che sarebbe stato possibile se questi
due paesi fossero rimasti radicati nell’ostilità che li contrapponeva
da tempo.
Infine, c’è stato il Concilio Vaticano II, che è arrivato
dopo un periodo molto contrastato e ricco della Chiesa dall’avvento di
Papa Leone XIII (1878). Tutta la Chiesa ha operato una specie di spostamento
concertato: essa ha compreso che la sua vita evangelica e la sua missione presupponevano
una revisione delle istituzioni, una valorizzazione dell’esistenza umana
nelle dimensioni personali, sociali, politiche, economiche, un’apertura
al dialogo ecumenico e un atteggiamento che potremmo definire di «dolcezza»
di fronte all’anima religiosa di ogni uomo e di tutti gli uomini.
Questi tre eventi (e molti altri collegati) ci permettono di sperare in soluzione
positiva anche se sono ancora tanti i conflitti che affliggono il mondo, rallentando
anche il movimento europeo. Ci viene richiesto di affidarci a ciò che
Dio ha fatto e a quanto gli uomini hanno costruito nel passato recente. Invece
di nutrire i nostri risentimenti e accettando tutte le diversità nate
dalla storia e dalla cultura, differenze che esisteranno sempre, è preferibile
cercare di continuare la strada dell’Europa intrapresa dalle generazioni
che ci hanno immediatamente preceduto. È nostro compito operare perché
l’Europa non si costruisca contro gli altri continenti: contro gli Stati
Uniti che sono divenuti estremamente potenti, contro la Russia, che potrebbe
ridiventare minacciosa, contro l’Estremo Oriente, di cui cominciamo a
vedere un movimento che potrebbe sommergerci, contro l’Africa, che finiremo
col far sprofondare nelle sue difficoltà invece di aiutarla a promuovere
le sue risorse. L’esperienza della storia ci ha infatti dimostrato che
nulla di ciò che è fatto «contro» produce effetti
duraturi di pace. Se desideriamo un’Europa forte e tranquilla è
perché essa possa essere un elemento solido nelle relazioni mondiali,
relazioni nelle quali nessun continente cerchi di dominare gli altri ma tutti
scambino, offrendo quanto hanno e ricevendo quanto loro manca. La formazione
dell’Europa costituirà allora un contributo essenziale allo sviluppo
pacifico del mondo.
Il Dialogo
L’ascolto
Oggi si parla molto di dialogo e, se se ne parla, è perché già
lo si pratica. Questo è un atteggiamento nuovissimo e molto difficile.
In effetti, che si tratti del piano personale, di quello politico e, forse ancor
più di quello religioso, la tendenza spontanea è sempre quella
di affermare se stessi, di dire la propria verità e, nel migliore dei
casi, di incoraggiare gli altri ad allinearsi.
In realtà, la prima parola in materia di dialogo è quella con
la quale comincia la confessione di fede biblica: «Ascolta, Israele».
Se penso che la mia verità è la verità non c’è
ragione che ascolti gli altri, ma allora non ci sarà dialogo! Il dialogo
è fatto dall’incontro di persone che a turno si ascoltano e si
parlano, per cercare insieme ciò che è vero: per il passato, di
cui ciascuno evoca le ricchezze ma anche le ferite, al fine di giungere a un
perdono reciproco; per il presente, per scoprire una verità necessariamente
parziale sulla quale ci si possa accordare, un’azione che si possa intraprendere
in comune.
Nel dialogo dunque si ascolta, cioè si cerca di dare un’accoglienza
reale e benevole al messaggio degli altri e di riconoscerne il valore. Si dice
ciò che è vero o auspicabile, assumendolo personalmente e nello
stesso tempo con una certa discrezione: si è convinti di quanto si afferma
ma non si cerca di imporre la propria convinzione. In altre parole, nel dialogo
si tratta di proporre e testimoniare, da un lato, e di aver fiducia e aderire,
dall’altra.
Il
disaccordo
Per illustrare questo atteggiamento di dialogo, può essere utile esaminare
il caso in cui non sia possibile raggiungere un accordo sostanziale, anche in
merito a punti che consideriamo essenziali. Eppure, anche in questo caso, lo
scambio della parola nel rispetto e nell’amore ha grande valore. Una tale
divergenza conduce infatti a riflettere alle proprie convinzioni personali per
comprenderle e situarle meglio, per collocarle nell’umiltà. Essa
porta anche a rimanere silenziosi e come interdetti di fronte alla convinzione
dell’altro, di cui si accetta senza commenti la posizione: «Nulla
è più grande – diceva un saggio musulmano – del dialogo
tra persone che rimangono fedeli alle loro fedi e ne fanno paradossalmente scambio,
senza concessioni e per giungere alla verità». Magari, in questo
caso, si raggiunge un accordo oltre le parole: sulla verità che non si
può dire.
L’accordo
e il compromesso
Tuttavia, ad eccezione di questi casi estremi, il dialogo conduce a un certo
accordo. Possiamo subito notare che questa parola, che ha una risonanza intellettuale,
deriva dal latino cor, cuore, e ciò le conferisce un’armonia affettiva.
Si può quindi giungere a una distribuzione comune, a una piattaforma
che tutti possano accettare, anche se non soddisfa pienamente nessuno. Si può
allora pensare ad un’azione comune, che è quasi sempre un "compromesso".
Quest’ultima parola ha in moltissime lingue una connotazione peggiorativa:
essa significa che, dato che nessuno è totalmente d’accordo, nessuno
è nemmeno totalmente soddisfatto. In realtà, il significato etimologico
della parola «compromesso» è «ciò che possiamo
promettere insieme». Certamente non è quanto di meglio ci si possa
augurare ma si ritiene, a giusto titolo, che sia preferibile essere e agire
con gli altri, al prezzo di una certa diminuzione della propria soddisfazione
(personale o di gruppo), che rimanere soli.
La
pratica concreta del dialogo
Occorre forse spendere qualche parola in questa sede sulle dimensioni che possono
acquisire l’accordo e l’azione. È possibile che, su grande
scala, l’accordo teorico e il compromesso pratico siano difficili, se
non impossibili, da raggiungere. Le ferite del passato sono troppo grandi e
la riconciliazione ancora lontana, oppure le divergenze, soprattutto religiose,
sono insormontabili e non possono condurre ad un accordo tra i gruppi. Del resto,
a tali livelli, le parole e gli impegni spettano ai responsabili importanti,
politici e religiosi, e noi abbiamo scarsa influenza su di loro. Le difficoltà
che tuttavia possono esistere su questo piano lasciano la porta aperta alla
possibilità di incontri tra coloro che potremmo definire gli uomini medi,
il loro spazio, il loro ambiente, i loro interessi familiari e professionali,
la loro religione. Ebbene, è a questo livello che si situano, tra l’altro,
i gruppi parrocchiali, diocesani di Azione cattolica. Credo che, nella realtà
dei fatti, il vero dialogo abbia luogo in modo discreto, invisibile, a livello
di una o due famiglie, di un villaggio, di una piccola impresa, ecc. I grandi
dialoghi, quelli delle Nazioni europee, delle loro Chiese, delle loro sinagoghe,
delle loro moschee, non hanno una portata reale se non vengono preceduti, sostenuti
e seguiti dagli sforzi modesti di ciascuno nel suo proprio ambiente. L’ascolto,
l’accoglienza, la proposta, la testimonianza sono valori di tutti i giorni
per tutti ed è questa la possibilità concreta che rinsalda la
nostra speranza.
Le Beatitudini
È quindi necessario partecipare alla costruzione di un’Europa veramente
moderna, cioè che non indietreggia di fronte alla scienza, alla tecnica,
all’economia, alla libertà; ma anche riconciliata e dialogante,
in cui, cioè, le diverse nazioni, i loro sforzi, le loro imprese, le
loro fedi religiose si ascoltano, in altre parole lasciano spazio agli altri
invece di affermarsi in modo esclusivo. Questo è il segreto della comunione
o della comunità: il fatto di unirsi, di riunirsi non avviene senza rinunciare
a sé. Anche a livello politico e sociale, «chi perde la propria
vita la guadagna», in quanto ciò che si perde a livello individuale
(che si tratti di individualismo personale, collettivo, nazionale, religioso),
lo si ritrova a livello della collettività, istituita dalla volontà
di formare un «noi» piuttosto che di murarsi nel proprio «io».
E, come abbiamo già detto, un primo spazio di questi dialoghi è
quello delle riconciliazioni che devono essere realizzate.
A questo punto il Vangelo ci viene in aiuto. Ci propone, infatti, le Beatitudini,
che, lungi dall’essere riservate a uno spazio propriamente religioso,
costituiscono sia la Legge del Regno che verrà, la carta secondo la quale
la Chiesa può e vuole vivere, sia un insieme di regole di vita valide
universalmente, e che molti uomini, senza neppure conoscerle, osservano perché
seguono la legge del cuore in ciò che ha di migliore. Le Beatitudini
ci dicono infatti che la felicità non si trova là dove potremmo
credere di trovarla. Esse la collocano, da un lato, nella povertà, l’afflizione,
l’attesa della giustizia, la persecuzione e, dall’altro, nella dolcezza,
la purezza del cuore, il lavoro per la pace, la misericordia. Se, nella prospettiva
di questo nostro incontro, dovessimo scegliere una delle Beatitudini, quella
più adatta al lavoro per un’Europa riconciliata e dinamica, sceglierei
volentieri la beatitudine della mitezza: «Beati i miti perché erediteranno
la terra». La mitezza, in effetti, viene da una lotta determinata e tranquilla
contro tutte le violenze. Determinata, in quanto le violenze, non solamente
fisiche o militari, ma anche economiche e sociali, non scompariranno da sole.
Tranquilla, in quanto non bisogna opporre una violenza ad un’altra, con
il pretesto di farla sparire: la vera forza è dolce. Noi lo sappiano,
se non per esperienza diretta, almeno mediante quella degli uomini e delle donne
di mitezza che ci è stato dato di incontrare. Il Vangelo ci annuncia
che questa determinazione dolce ci garantirà il possesso per eredità
della terra: non un possesso sul quale mettere le mani ma una signoria che mette
tutto a disposizione di tutti. Una Europa vera sarebbe, dunque, una Europa della
mitezza.
Al termine di
questo mio intervento, mi piacerebbe dire che la costruzione dell’Europa
non è solo un’«occasione» da cogliere. Se la consideriamo
in un’ampia prospettiva storica, ci rendiamo conto che si tratta piuttosto
di un «dono di Dio» da accogliere e realizzare. Essa costituisce
un «momento» (kairos) non soltanto della storia degli uomini, ma
anche della dinamica della salvezza che conduce verso il Regno. Per tali ragioni
ho insistito su due aspetti, entrambi molto importanti. In primo luogo, la meditazione
spirituale del Regno, con l’Eucaristia e la Scrittura che ci rendono misteriosamente
presente la realtà verso la quale l’Europa sta andando: la sua
grande «speranza umana».
Poi, l’accettazione seria e critica della modernità nella quale
oggi si colloca l’Europa e il mondo; occorre resistere alla tentazione
di pensare l’Europa nella prospettiva di un ritorno immaginario verso
un’epoca ideale che non è mai esistita. Compito di tutti gli Europei
è di contribuire a fare in modo che le realtà della modernità
- libertà, storia, scienze, tecniche… - siano gestite in modo tale
da dar vita a un vero umanesimo. E, tra gli europei, noi cristiani abbiamo le
nostre proposte da fare, che molti, consapevolmente o inconsapevolmente, attendono.
Sappiamo infine
che, come ogni grande opera, la costruzione dell’Europa esige molto. La
testimonianza del Vangelo può esserci d’aiuto in questo contesto,
perché il termine «rinuncia» non fa paura ai cristiani e,
anche se li intimorisce, il timore può essere dominato grazie all’esempio
di Cristo e alla grazia dello Spirito. Rinunciare ai risentimenti, ai più
antichi come ai più recenti, e lavorare fermamente, nel piccolo spazio
in cui ciascuno di noi si trova, alla riconciliazione. Rinunciare a ogni violenza
nel proporre la verità, ma porre se stessi incessantemente in un clima
di ascolto e dialogo. Trovare nella meditazione delle Beatitudini il segreto,
non solo della nostra forza e della nostra perseveranza, ma anche della felicità
che troveremo nel consacrarci a questo compito, politico e sociale, che sappiamo
che conduce verso il Regno e che, in certa misura, può già renderlo
presente.